Febbre di Ling Ma

Dopo la Fine arrivò l’Inizio. E all’Inizio eravamo in otto, e poi in nove (contando anche me), un numero che da allora in poi sarebbe solo diminuito. Ci eravamo incontrati dopo essere fuggiti da New York verso i lidi più sicuri della campagna. Lo avevamo visto fare nei film, anche se nessuno sapeva dire esattamente in quali. Molte cose si erano rivelate diverse dal modo in cui erano state rappresentate al cinema.

Febbre di Ling Ma (Codice Edizioni) racconta una New York che si svuota a causa di una epidemia fungina decollata dalla Cina. Candace, cinese di origine ma trapiantata nella grande mela, è quasi l’ultima a lasciare la città.

Nella sua routine quotidiana, spezzata solo da qualche scatto fotografico pubblicato su un suo blog, non si accorge della gravità della situazione finché non rimane da sola. L’unica nel palazzo dove abita e l’unica anche per la strada che diventa ogni giorno impraticabile a causa dei mezzi abbandonati. È sola in ufficio quando tutti gli altri si sono ammalati o hanno cercato di fuggire altrove. Cerca di mantenere la stessa routine, le stesse abitudini fino ad accorgersi di vivere in una città deserta. Nella sua fuga incontra un gruppo di sopravvissuti e con loro inizia la ricerca della Struttura dove andare a vivere in sicurezza.

Il libro intreccia una serie di flash back sulla vita della protagonista prima dell’epidemia con quella insieme al nuovo gruppo. La descrizione delle sue giornate lavorative ricalca la quotidianità di coloro che, infettati, si sono trasformati in zombie.

La peculiarità che colpisce e spaventa mentre si legge è la ripetitività dei gesti quotidiani che caratterizza le persone malate in cui una totale perdita di coscienza e apatia li immobilizza nei gesti che erano soliti fare in vita.

C’erano un padre, una madre, un figlio. O almeno questo è ciò che sembravano (…) Il suo viso sembrava una torta di compleanno, ricoperto di crema da notte che sgocciolava sul maglione a trecce. La famiglia si sedette intorno al tavolo da pranzo. (…) La madre iniziò a preparare la tavola con piatti bianchi dal bordo blu che prendeva dalla credenza dello stesso legno di ciliegio del tavolo con movimenti meccanici e metodici. Prima dispose i piatti piani, poi i piattini da insalata, infine quelli da minestra. Dopo aver sistemato i coperti, distribuì le posate. Apparecchiò per quattro. Quando si sedette, tutti si presero per mano, le braccia sul tavolo, e chinarono il capo. Il padre apriva e chiudeva la bocca. Quando il padre parlò, a noi giunsero solo suoni incomprensibili. (…) Passarono la lingua sulle posate. Fecero tintinnare coltelli e forchette sui piatti, tagliando scaloppe di pollo o cotolette alla parmigiana immaginarie. (…). Girò intorno al tavolo, ritirò i piatti e le posate, poi li infilò nella credenza. Appena ebbe finito, ricominciò prendendo i piatti e apparecchiando la tavola.

Ling Ma propone in modo sapiente una critica dell’omologazione della nostra società sulla linea di Palahniuk in “Fightclub”. Infatti il grande centro commerciale elevato a struttura di salvezza quasi culla gli ospiti all’interno di negozi dalle marche familiari. È tanto forte la necessità di normalità da fare sembrare tutto quello che succede al di fuori di poca rilevanza. Arrivati alla Struttura, Candace capisce di essere di nuovo prigioniera della routine e delle persone e si ritrova incapace ad adattarsi.

Il lettore in un crescendo di urgenza si ritrova in una visione distopica e molto critica della realtà dove il sano poco si discosta dal malato. Dove si decide della vita e della morte delle persone che si sono trasformate, dove si saccheggia per necessità parassitando le case abitate dagli zombie. Dove ciò che da conforto è avere un “guru” che prenda le decisioni per te, dove la salvezza è il ritrovarsi in un posto alienante ma che ti fa sentire nella quotidianità.

Sveva Assembri

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