Giorno della Memoria: Quando Hitler rubò il coniglio rosa di Judith Kerr

È il rigido inverno del 1933. A Berlino è caduta così tanta neve ma, ammucchiata ai lati delle strade, appare grigia e triste.

Judith Kerr nell’ormai celebre “Quando Hitler rubò il coniglio rosa” appena ripubblicato (Rizzoli) narra di Anna, nove anni, del fratello Max, di dodici, e della sua famiglia: mamma, papà, zio Jilius, nonna Oma, zia Sarah e una serie di personaggi molto caratteristici che inquadrano bene il periodo storico della vicenda.

Sono due anni intensi che si aprono con la scena di Anna che sta saltando tra le pozzanghere fangose quando nota, con l’amica, un grande cartello rosso con l’immagine di un uomo con i baffetti simile a Chaplin. Anna osserva quegli occhi minacciosi e legge il nome: Adolf Hitler.

È la vigilia delle elezioni politiche.

Vivono in una grande casa con due domestici che sono parte della famiglia. Vive un’infanzia felice e serena, fatta di amicizie, giochi e passioni. Anna ama scrivere poesie trasformandole in disegni con le adorate matite colorate.

Il papà, famoso scrittore, in quei giorni è chiuso in casa a causa di una fastidiosa influenza e Anna è felice di condividere con lui i suoi componimenti illustrati, molto apprezzati a scuola anche perché viene dolcemente e con orgoglio incoraggiata tanto da farle pensare che potrebbe diventare famosa.

Ma il mattino seguente, Anna ha un brutto risveglio; il papà è partito per un viaggio.

Iniziano ora settimane di silenzi e segreti.

L’ultimo gioco divertente e spensierato è la discesa con lo slittino al chiaro di luna, con la terra dipinta d’azzurro e interrotta dall’ombra nera proiettata dagli alberi. Quasi un presagio…

La vita viene stravolta: tutta la famiglia è costretta a fuggire. Si svuota casa, si preparano i bagagli e Anna sceglie di portare con sé il nuovo cane di pezza preferendolo all’adorato coniglio rosa. La mamma la convince che potranno sempre farselo spedire.

I tre partono in treno direzione Zurigo dove li attende papà. Sarà un viaggio agitato e per far passare il tempo Anna leggerà un libro noioso sull’infanzia difficile di personaggi famosi; spera solo di arrivare presto a destinazione e di diventare anche lei un giorno famosa. Nella notte ripete come un mantra “Infanzia difficile…infanzia difficile…”. Si ammala.

Passano settimane, è giunta finalmente la primavera e dopo la profonda preoccupazione di tutta la famiglia, Anna riprende vita.

Hitler ha vinto le elezioni, ha confiscato tutti i loro beni e Max dice: «Scommetto che Hitler sta giocando con il mio gioco dell’oca» e Anna risponde: «Starà coccolando il mio coniglio rosa» e ride al pensiero mentre gli occhi le si riempiono di lacrime.

Il lavoro di giornalista del papà è poco remunerativo; da Zurigo si trasferiscono in un piccolo albergo di un paesino sul lago dove con i proprietari si instaura un rapporto di famigliarità. È il giorno del decimo compleanno di Anna. Trascorrono la giornata in battello e per sopperire alla noia della festa si parla per cercare di capire cosa vuol dire la parola profuga. È ammaliata dalle luci che la circondano, quelle del lago, tanto che a fine giornata è felice perché se essere profuga vuol dire non avere una casa e ciò può essere considerata un’infanzia difficile, potrebbe sempre diventare celebre.

In questo fuggire si cercheranno degli elementi per sentirsi a casa: la scuola, il gioco con i bambini, le matite da comprare alla fiera, la nonna Oma e il suo cane, lo zio Julius. In questo contesto di nazione neutrale, inizieranno ad affrontare l’emarginazione in quanto ebrei.

Le nubi della persecuzione razziale è alle porte; gli occhi di Anna sono a tratti ingenui colmi dell’infanzia che cresce tra mille difficoltà quotidiane ed una elevata responsabilità data da un rigore comportamentale per non essere etichettati. Anna ama la libertà dei giochi, ama stare con tutti, anche se è proibito, pur di giocare libera con le gambe al vento. Continua a giocare ma percepisce un’angoscia che diventano attacchi di panico e incubi notturni. Tanto che quando le viene raccontato che sulla testa di suo papà pende una taglia di 1000 franchi, lo sogna in una stanza travolto da una cascata di monete proveniente dal soffitto.

Da un lato l’infanzia che viene vissuta nonostante tutto attraverso una normalità di desideri e di sacrifici che talvolta ne impediscono la realizzazione, dall’altra i risvegli notturni che potrebbero trasformare i presagi in realtà e le tolgono il fiato.

Fino al turbolento trasferimento a Parigi. «Non importa dove stiamo, purché siamo tutti insieme» dice Anna una mattina a colazione. E infine, nel momento in cui l’inserimento nella nuova città è completato, arriva per suo papà una nuova opportunità di lavoro che rappresenta la libertà e la salvezza. Un nuovo sradicamento, ma anche una fuga nella quale Anna ripensa a tutto il suo percorso accompagnata dalla voce narrante di Judith Kerr e circondata da elementi pittorici quasi poetici.

Un libro per l’infanzia ma non solo.

Un libro per tutti, per ricordare.

Un libro con vicende autobiografiche di un passato quanto mai reale in cui la vita è sacra per tutti, senza alcuna distinzione.

MoniKat

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