Il colibrì di Sandro Veronesi

di Stefania Nascimbeni

Il Colibrì (La Nave di Teseo) racconta una storia di abbandoni laceranti e ricerca di nuovi equilibri, dove la vita del protagonista è sempre in bilico, travolta dai suoi continui cambiamenti dove anche il lettore, alla fine, si ritrova in mezzo agli stessi eventi, in cerca di stabilità ma in costante movimento, accompagnato dallo scorrere delle pagine.

I drammi esistenziali di Marco Carrera emergono capitolo dopo capitolo di quest’ultimo libro di Sandro Veronesi, in modo dolce e carezzevole, quasi come una favola per bambini (di quelle crude e spietate). Ci sono tante storie all’interno del romanzo dalla copertina più postata del momento – su Instagram se la combatte con S. King e Piccole Donne –  che si intrecciano fra loro con risvolti imprevisti. Ma il Carrera passerà sopra e attraverso a ogni evento con inaspettata forza e ciò nonostante con una delicatezza quasi disarmante.

Veronesi ci descrive un colibrì fragile ma impermeabile a tutto.

Ma come si può essere davvero un colibrì? Come si può restare impassibili davanti alla morte di un figlio, al tradimento di una moglie, all’amore per un’altra donna che non si possiederà mai? Situazioni che spingono non solo all’arrovellarsi, ma quasi alla follia, specialmente se la moglie in questione è sempre stata irreversibilmente depressa e, per certi versi, morta molto tempo prima per altri. La solitudine è un sentimento piuttosto ricorrente nel romanzo…

Tuttavia, il colibrì è anche la trama di un “filo” speciale, quel cordone primordiale della vita che tiene vicini, anzi, inevitabilmente collegati alle persone che amiamo e che ci apparterranno per sempre. Un filo che può essere invisibile e non spezzarsi mai, oppure una corda di poliestere da scalatore che non dovrebbe mai rompersi, e invece…

Che cosa vuole dirci Veronesi? Chi è Marco Carrera, a parte essere un oculista che soffre di una grave forma di miopia nei confronti della vita? Un uomo che non riesce a vedere le cose come sono veramente – se non dopo, o troppo tardi – e per questo il destino lo devasta a più riprese.

È un libro doloroso e difficile. Ma musicale al tempo stesso. È come un walzer dal ritmo straziante e malinconico. Ed è anche un nostalgico spaccato di storia italiana dove l’autore riesce a farci trottare, talvolta allegramente, tra varie digressioni, andando a spiare nel passato di un ragazzo come tanti tra la fine degli anni Settanta e Ottanta.

E Luisa? Chi è Luisa? Una donna che si percepisce appena, non compare mai davvero se non in pochissimi istanti eppure c’è sempre, fino alla morte: allora, forse, è lei il vero colibrì. È il centro della vita di Marco, ogni sua scelta, ogni dolore, ogni sentimento nel bene e nel male è sempre rivolto alle sue cure: è tutto scritto e documentato in quelle lunghissime lettere struggenti e degne del migliore romanzo d’amore…

Anche i personaggi secondari (il fratello, l’amico, lo psicologo, persino il pilota) sono accattivanti, alcuni sembrano addirittura uscire dal cilindro di un mago – con vero e proprio effetto “sorpresa” – e tra tutti non può che venirti una domanda, alla fine della storia, non è che quel Duccio ha dirottato tutto nel verso malaugurato?

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