La donna del kimono bianco di Ana Johns

di Valeria Merlini (Twitter: violablanca)

Una storia che si snoda lungo tutto un arco temporale che attraversa epoche, periodi e vicende umane. La donna dal kimono bianco (Tre60) di Ana Johns è delicata come i fiori di ciliegio smossi dal vento che li fa staccare dai rami su cui nascono.

America, oggi

Il presente, fatto di un padre allo stato terminale di una malattia e di sua figlia che lo accompagna in ospedale e gli siede accanto. Fino al termine dei suoi giorni, quelli in cui il legame già saldo che li univa ora li fonde indissolubilmente, grazie a una lettera. Quella che porta scritti in caratteri giapponesi una storia che viene dal passato, in cui il padre, l’uomo che sappiamo essere Johnny era Hajime.

Giappone, 1957

Accanto a lui Naoko, figlia di un imprenditore giapponese che rispetta e rivendica le tradizioni, ad iniziare dal matrimonio deciso per la figlia. Quello stesso matrimonio con Satoshi cui la giovane contrapporrà Hajime.

In Giappone ci sono due tipi d’amore. L’amore famigliare per moglie e figli, e l’amore relazionale che il marito continua a coltivare fuori casa con gli altri. Io li voglio entrambi nel matrimonio e voglio la mia casa. Non un focolare governato da una suocera astiosa.

Sono desideri di una ragazza d’altri tempi ma che valgono per tutte le epoche, per tutto il mondo, per ogni cuore che batte e che si rende conto esiste altro oltre a quello imposto. Come innamorarsi di un americano che sta vivendo l’esperienza post bellica in Giappone, una patria non sua che lo tiene lontano dagli affetti di casa ma che trova in “Cricket” un fiorire di emozioni coinvolgenti fino all’inverosimile. E che lo accompagneranno per il resto della sua vita.

Il tempo è una creatura inflessibile che si diverte a provocarti. Quando sei felice, spiega le ali e vola. Quando sei in attesa, si trascina nel fango con passo lento e pesante.

Passa il tempo, passano le vicissitudini personali e le esperienze che plasmano.

Il tempo non fa discriminazioni. Non gli importa se siamo felici o tristi. Non rallenta né si affretta. È una creatura lineare che viaggia in una sola direzione, costante anche solo nel dolore.

E il dolore arriva. Inevitabile come il sereno dopo la pioggia, come la calma dopo la tempesta, come il rallentamento dei battiti dopo una corsa a perdifiato. Quello della perdita di un genitore, quello della separazione forzata o casuale ma pur sempre una distanza che allontana, un malore, una perdita di contatto con la realtà perché in balia di chi strappa la vita, la fatica del nuotare controcorrente. Fino alla constatazione che “per capire quale direzione prendere, devi conoscere sia le tue radici sia le tue potenzialità”.

Naoko vive in una famiglia in cui il potere decisionale spetta all’uomo, a Otousan, il padre di casa, mentre il cuore viene alleviato dalla mamma, Okaasan e il polso gestito da una nonna, Obaachan capace di guidare anche dove sembra che prenda il sopravvento la crudeltà. Ma resta per tutta la sua vita un pesciolino perseverante.

Tori Kovač invece è americana e desidera scoprire il passato del padre per tenerlo con sé, e la ricerca la condurrà nel luogo da cui lui era partito. Nel luogo in cui tutta la storia ebbe inizio, a coronare una memoria visiva ed emozionale che travolge e sommerge come una bella storia dovrebbe fare.

Ana Johns racconta una storia che lascia poco spazio alla fantasia, tanto che risulta imperdibile la sua testimonianza finale in cui spiega l’origine della vicenda narrata, portando alla luce tesori della tradizione giapponese, leggende, riti che si tramandano. E una discriminazione delle donne giapponesi che sposavano militari americani che risulta sconosciuta, come l’orrore riservato ai bambini nati da questi matrimoni misti.

Un romanzo forte, carico di emozione che scandaglia l’animo di due donne di due mondi diversi che si ricongiungono per un finale che chiude un cerchio lasciato incompiuto, che concede di respirare e di potersi riappropriare di un foulard rosso che porta sulla sua trama i segni del tempo. Quella che ognuno di noi nasconde anziché ostentare a testimonianza di una vita vissuta.

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