Vaffanculo ai sensi di colpa di Olivia Moore

Per attuare la strategia della parola sgradevole del titolo “Vaffanculo ai sensi di colpa” (Salani Editore), Olivia Moore è scesa a patti con l’editore per dare lustro ad una parolaccia, altrimenti censurata, che potrebbe infastidire il lettore, che viene strategicamente ripetuta in ogni capitolo, ben evidenziata nel banner, e che ora della fine, quasi per contrasto, non viene più letta. Infatti, se presa a piccole dosi entra nell’indifferenza letteraria.

Culpae in latino è associata all’essere cristiano della cultura in cui è nata; nei paesi anglosassoni la radice etimologica è legata al debito. Da questa analisi coniuga il termine CULPAFUCK così a rendere un significato globale in linea con il mondo social digitale.

Tant’è che la Moore ha lanciato una domanda rivolta ai suoi follower: “Qual è la frase più colpevolizzante che avete mai sentito?”. Sonda l’opinione per avere ampi spunti di analisi e per riempire i capitoli di frasi ad effetto.

“La vita offre una libertà estrema perché dovremmo ostacolarla con i sensi di colpa?” che per Olivia è come comprare un paio di sneakers nuove e legare insieme i lacci.

Questo è solo l’inizio del viaggio all’interno di questo breve saggio che non è un trattato di psicologia, accademico e dottrinale. Le colpe sono infatti analizzate in modo ironico, scanzonato a tratti irriverente, stigmatizzante e dissacrante. È la liberazione dei pensieri umani sulla vita, dei sensi di colpa che evolvono con l’età.

Le frasi che sono da assaporare lentamente come delle caramelle.

Il culpafuck scorre attraverso:

– gli amici definiti disco fisso o abbronzatissimi o eroi della Marvel;

– essere cool nei i social dove ognuno è ufficio stampa di sé stesso;

– la performance… anche dell’ozio;

– il lavoro, il fisico, la famiglia, i bambini tiranni inconsapevoli e gli avi consapevoli…

Su tutti il sesso dove per spiegare utilizza la ricetta della salsa al pomodoro, che è sano prepararla regolarmente e tutti mentono su quante volte si prepara la salsa alla settimana.

Il lettore viene sfidato a non arrivare alla fine delle 140 pagine senza un sorriso o con il conto dei sensi di colpa personali cestinati o che ancora attanagliano. Inutilmente. Ce n’è per tutti.

Leggere per credere.

MoniKat

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