Zoo di Paola Barbato

Io un libro così crudo non ricordo di averlo letto, se non dai tempi di Mani nude, casualmente, sempre suo. Paola Barbato mi ha colpita ancora. E non solo con pugni nello stomaco data l’inclemenza delle scene in cui porta il lettore. Ma per la precisione con cui racconta dettagli di vita di persone come noi, come me e come te, che improvvisamente, dall’oggi al domani, o dall’oggi al dopo per restare più stringati con i tempi, butta in gabbia e fa perdere ogni traccia di te.

Perché Zoo (Piemme) inizia proprio così. Con Anna, la protagonista del libro, che si risveglia in gabbia. Non una gabbia emotiva, psicologica che la fa deviare dal suo percorso di vita, no, ma una gabbia di legno e di metallo, con sbarre, pavimenti usurati, colori consumati dal tempo e riccioli intarsiati a rendere attrattiva (dall’esterno) ciò che resta di una gabbia per animali, quelle dei vecchi circhi.

Perché il domatore in questione, colui che ha architettato tutto questo spettacolo ad uso esclusivamente privato, ha lo scopo di redimere in cattività coloro che là fuori sono state spregevoli. A suo insindacabile giudizio. Li ingabbia con lo scopo di diversificare il suo zoo personale, ma accomunando le “bestie” dalle gesta che hanno avuto nella loro vita. L’altra.

Tredici persone, tra uomini e donne, ognuna con la propria peculiarità, ognuna con la propria storia personale, ognuna con giorni, mesi e anni alle spalle in questa nuova vita. Se di vita si può parlare. Una realtà in cui imparare a destreggiarsi. Rispettando le regole imposte e salvaguardando la propria esistenza, perché Lui non permetterà mai il declino di una vita, e qui si hanno da scontare i comportamenti errati tenuti in vita, l’altra. E come? Con i minuti che trascorrono uno di seguito all’altro, con le vessazioni a chi ti trovi di fronte, con il pensiero di chi eri e di chi vuoi diventare anche se, consapevolmente, avrà mai fine tutto questo?

Settimana dopo settimana avviene il rimescolamento delle carte: un narcotico che seda gli animi, un riposizionamento nella scala sociale e cibo e acqua che solo con il passare dei giorni ti fanno comprendere a quale girone appartieni: pazzi, idioti, saggi e cos’altro? Azzarderei il girone del potere, del comando, dell’essere invincibili e dell’astuzia.

Ognuno di essi rappresenta infatti, volente o nolente, un fenotipo “da baraccone”: la tigre, il leone, la scimmia, la iena, l’ippopotamo, il coccodrillo, il gatto, il serpente. Perché lo sono sempre stati, perché non sapevano di esserlo, o perché lo sono diventati. Lui ti porta a far emergere chi sei veramente.

Non è un pregio. È un’amara constatazione. Dettata da dove ti trovi, da cosa sei costretto a vedere o subire, a seconda di quale gabbia vieni esposto, con chi ti devi confrontare, se vuoi farlo, o se preferisci rimanere nel tuo mondo. Con il rischio della pazzia che sfocia inesorabilmente se non accompagnata da una meta. E Anna trova la sua. Scheggia dopo scheggia.

Quel legno che si impregna di umori sgradevoli ma che fanno parte di noi, quel legno che ha visto altri prima di lei e che hanno scelto di liberarsi dalla schiavitù. Ma la libertà non è semplicemente dettata dall’essere fuori da questo capannone. La libertà si paga e si acquisisce fisicamente e moralmente solo dopo aver appreso che anche qui fuori, noi tutti, io, te, loro, abbiamo credenze e modi di essere che ci relegano dove non sapevamo di essere. Non solo siamo bloccati, ma imprigionati nelle maglie di una società che ci impone il questo e il quello.

Non è facile parlare di Zoo, perché le stesse emozioni che ho provato io leggendolo ognuno di voi dovrebbe sentirle sulla propria pelle. Non è terrore. È disgusto. È realizzazione che diventiamo chi gli altri vogliono farci diventare se ingabbiati. È la constatazione che la nostra mente può adagiarsi, ma può anche scavallare e percepire il da farsi, in ogni momento. A briglia sciolta, come un cavallo libero di correre via.

Zoo è un libro a sé. È una storia separata, che si inizia e si finisce.

Non per me. Premesso che non è un sequel né un prequel di Io so chi sei (ne avevo scritto qui), i due libri sono concatenati e indissolubili. Uno non si legge senza l’altro. E solo alla fine, nelle ultime pagine, si coglierà il nesso che lega il primo al secondo e il secondo al primo. Il dipanarsi di una storia e dei suoi personaggi attraverso una prigionia che avviene contemporaneamente allo svolgersi del primo libro. Come Io so chi sei lasciava a bocca aperta, Zoo termina con l’ennesimo colpo di scena. Non è suggestione, è paura che incatena, paura che sottomette, paura che rende forti, ribelli e visionari. Ma che, anche quando non ce lo aspettiamo, permette di scavare, di uscire e di graffiarsi ogni più recondita parte del corpo fino alla salvezza.

Fino a tirare quel sospiro di sollievo. Prima che venga di nuovo, inevitabilmente, smorzato.

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