Che cosa c’è da ridere di Federico Baccomo

di Stefania Nascimbeni

“Immagina una stanza spoglia, molto ampia e illuminata. In questa stanza, la mattina presto, centinaia di persone sono state radunate per essere spedite lontano, in un altro paese, dove saranno ammazzate. Ora, però, la stanza ha cambiato aspetto. Il terrore ha lasciato il posto a un’atmosfera dolce di attesa, sulle panche uomini e donne chiacchierano tra loro. In questa stanza, c’è anche un giovane prigioniero. È in piedi, al centro del palco, illuminato dai fari. Sa che deve concentrarsi soltanto sull’unica possibilità di salvezza che gli rimane. Fare ridere il comandante…”

Il nuovo romanzo di Federico Baccomo ha un sorriso amaro che porta con sé una memoria collettiva, devastante quanto necessaria. “Che cosa c’è da ridere” (Mondadori) è il racconto di una vita nella vita, un giovane ragazzo ebreo tedesco che rincorre un sogno, e un amore da romanzo, che per una strana – ma forse è colpa del destino, un destino crudele e incomprensibile – serie di circostanze un giorno scopre che far ridere (i nazisti) potrebbe essere la sua unica salvezza.

Ma che cosa significa, far ridere? Certo, il sorriso è universale, per molti versi, eppure ciò che scatena ilarità cambia a seconda delle situazioni, della cultura, del momento.

Per il padre di Erich Adelman, di mestiere cappellaio, non è mail il momento buono: la sua vita è stata una lunga serie di tristi eventi che si sono susseguiti, accavallandosi l’un l’altro. In primis la morte della adorata moglie, proprio alla nascita del figlio. E così Erich nasce già con un peso sul cuore, e sull’anima, che lo porterà negli anni a cercare un senso sempre più profondo al tutto.

Un giorno, per caso… gli cade tra le mani la cartolina di un’affascinante cantante-ballerina-artista, una showgirl, di nome Anita ed è amore a prima vista. Cercando lei, in uno dei locali nei quali la giovane si esibisce, a Berlino, trova però altro: scopre il cabaret e la comicità gli scivola nei pori della pelle come un tatuaggio. Inizierà a scrivere battute e sketch esilaranti (che l’autore descrive passo dopo passo) di nascosto dal padre, ovvio, finché non riuscirà a realizzare il suo sogno, calcare il palcoscenico ed esibirsi davanti a una vera platea.

Per un po’ ci riesce e ha successo. Per un po’ è felice. Per un po’ la vita stessa gli sorride, come anche Anita, che incontrerà per lavoro e sarà un sogno a occhi aperti. Per un po’…

Finché non scoppierà la guerra e allora dovrà riciclarsi in ogni tipo di professione possibile, tranne quella del comico, perché i nazisti hanno preso di mira la sua gente.

Il finale è scontato quanto inaspettato, come lo è anche la vita, e quella di Erich Adelman, seppure sia una storia inventata, è più verosimile di molte altre che, purtroppo, hanno conosciuto con le proprie mani gli orrori dell’Olocausto. Un romanzo storico e attualissimo in ogni sua sfaccettatura. Si passa dal riso al pianto con drammatica disinvoltura: per questo rende l’effetto finale ancora più vivido e giustamente malinconico.

© Riproduzione Riservata