Il mondo nei miei occhi di Steve McCurry

di Valeria Merlini (Twitter: violablanca)

Guardare le foto di McCurry sottolinea la sua straordinaria capacità nel catturare l’attimo fuggente, ma mostra anche le combinazioni di luoghi caldi e colori accesi marcando come l’occhio unico di colui che ha realizzato opere considerate universalmente iconiche possono essere altro. Per esempio uno sguardo intenso che trafigge, donne coperte che conducono la mente per mano a immaginarle come sovrapposizioni di pace e tranquillità con l’immobilità del momento.

Il mondo nei miei occhi. Immagini inedite di Steve McCurry (Mondadori Electa) è un viaggio, lungo, in ogni dove del mondo attraverso 120 immagini mai viste prima. India, Cuba, Afghanistan, Myanmar, Guatemala, Etiopia, Mauritania, Pakistan, Italia, Russia. Ma anche Francia, Macedonia, Benin, Papua Nuova Guinea, Togo, Mali e Giordania. E Cambogia, Vietnam, Croazia, Nepal, Australia, USA, Giappone, Cina, Sri Lanka, Madagascar e Messico.

Figure in primo piano e sfondi dai contorni non definiti a sottolineare su chi dobbiamo puntare il nostro sguardo. Che non è necessariamente di nostro interesse.

Donne, uomini, bambini, guerriere, venditori di strada, interni dai muri scrostati ma dai colori sgargianti. Il tutto miscelato dall’atmosfera unica con cui l’artista riesce ad impregnare la scena.

Statue e chiese, automobili e danze rituali, aria e terra, fango e acqua, natura e umanità colorata. Scene quotidiane di vita vissuta e di feste celebrate, rioni, quartieri e parti del mondo isolate. Scolpite nella memoria che ci è stata raccontata, sono portate a nuova vita dagli scatti che McCurry realizza agli antipodi del pianeta. A voler sugellare i ritmi di vita che lo fanno pulsare.

E poi gli odori, quelli di incenso, di polvere della strada, di polvere delle statue, vapori di vulcani, l’intensità di fiori, la particolarità di spezie e cibi, le vie anguste che portano altrove, gli spazi nascosti o celati alla vista. Tutto sa di qualcosa che si immagazzina nella memoria.

“(…) capacità istintiva di McCurry di cogliere contrasti che vanno al di là del livello puramente visivo”.

Schiavi che furono e lavoratori indipendenti che sono oggi, bambini che inventano giochi ripresi dalla natura, feste tradizionali mostrate e spiegate nelle didascalie di accompagno ad ogni immagine.

Scatti di desolazione e di desertificazione di ciò che resta di depositi millenari plasmati dai venti, dal tempo e dalla naturale erosione. E lo sguardo di uomini e bambini che incutono il rispetto per una dignità che non va mai prevaricata.

Immagini composte da riflessi e immobilità di oggetti che si plasmano con la naturale luce di un tramonto di cui si avverte il silenzio e il calore.

“(…) inconsapevolmente offerto al fotografo uno spunto interessante che unisce colore, forma, volume, linee, prospettiva e luce in una composizione perfetta”.

Viene mostrato il mondo oggi, dopo il passaggio della storia dei tempi andati e le tracce lasciate dietro questo turbinio di evoluzione rivoluzionaria o dove la storia sta ancora trascinando parti che vanno dimenticate. La schiavitù una di queste. Il degrado, intenzionale o meno, l’altro. Il tutto miscelato, secondo l’artista, con equilibrio, resistenza, flessibilità, perseveranza, ma anche amarezza.

Venditori, scultori, raccoglitori, coppie di anziani che trasportano il loro amore e i loro pochi averi, sarte, monaci, cacciatori, madri e padri e figli, pastori, musicisti, profughi, runner, bambini cresciuti troppo in fretta, pescatori, amici, pastori nomadi, sacerdoti. Necessarie convivenze che creano disparità di ruoli e disagi negli sguardi.

Steve McCurry ha testimoniato ciò che doveva nascere come temporaneo per poi diventare permanente. Ed immolarsi così nella storia moderna.

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