Janis, La biografia definitiva di Holly George-Warren

di Valeria Merlini (Twitter: violablanca)

19 gennaio 1943.

L’idea che si può avere di un’artista come Janis Joplin non coinciderà mai con quanto si legge, tralasciando storie tramandate e mai verificate. Le autobiografie nascono dalla ricerca sì, ma dalla passione e dalla dedizione che lo scrittore in questione dedica, in cui la descrizione globale della vita del protagonista viene miscelata sapientemente con le azioni che ne hanno segnato la strada e i pensieri che hanno accompagnato i passi.

In Janis, La biografia definitiva di Holly George-Warren (DeAgostini) la Calamity Jane del rock, con “la sua combinazione di consapevole talento musicale, sessualità sfacciata e naturale esuberanza cambiò tutto” perché “fu la prima vera rockstar femminile (…) a non doversi scusare con nessuno”.

L’autrice ripercorre la vita dell’artista in tutte le sue sfaccettature, dalla vita in Texas alle fughe per la libertà che ancora, forse, non sapeva di volere: il covo di bohémien di Venice Beach prima, San Francisco con la generazione dei beatnik poi (la sua personale odissea californiana), e parte degli Stati Uniti nel mentre.

Dove, a far da sottofondo alla sua voce che tenta di emergere, resta “la sua radicata insicurezza e la paura di restare ferita (che) la portavano ad allontanare chi le si avvicinava troppo”.

Ecco forse perché nel suo cammino anche l’amore non era costante. Forse illusorio, forse troppo potente per lasciarsi andare ad un sentimento che la sovrastava.

Negli spiragli in cui ne ha goduto, prima con l’illusorio Peter De Blanc e poi con l’errante David Niehaus, ha indugiato su pensieri ed emozioni che l’hanno resa in un certo senso volubile alle tempeste emozionali. E alle ossessioni. E che tutto le ha fatto riversare nei testi delle sue canzoni.

La vita (breve) di Janis è stata scandita dalla sua voce graffiante e dai “sali e scendi, e poi risali e riscendi! Sembrava attratta dalla possibilità di indurre con la chimica emozioni intense e altalenanti come quelle che provava spontaneamente”.

Janis aveva due volti, ma una vita sola: “Una era la ragazza dolcissima, splendida, educata (…). L’altra era la sguaiata e scalmanata cowgirl del Texas occidentale, il marinaio, il personaggio che sfoderava quando non era sicura di essere accettata”.

I Big Brother and the Holding Company furono la famiglia che le consentì di “plasmarsi un’identità artistica senza uguali” e che suggellò la timbrica che divenne un marchio di fabbrica. Tanto da far sentire che “quando cantava ti faceva provare un senso di libertà”.

Prima cantante blues alla Bessie Smith e Big Mama Thornton, poi ispirandosi a Etta James, Aretha Franklin e Tina Turner per arrivare ad essere regina della controcultura nella Summer of Love del 1967. In una cerchia ristretta di amicizie e in un rapporto altrettanto stretto con le sostanze narcotizzanti come l’alcol e, a un certo punto, l’eroina con cui schermarsi dal tumulto.

“In una lotta tra ambizione e indole autodistruttiva, quest’ultima stava prevalendo”.

4 ottobre 1970.

Alla fine sei solo quello che ti accontenti di essere”. Janis Joplin non si accontentò mai.

 

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