La memoria del lago di Rosa Teruzzi

Che profumo avrà “La memoria del lago” di Rosa Teruzzi (Sonzogno)?

Quinto libro con le Miss Marple del Giambellino, sempre ambientato sul finire dell’estate più piovosa del secolo, almeno a Milano. L’estate in cui le due investigatrici dilettanti Iole e Libera, mamma e figlia, fanno squadra con due giornalisti, Cagnaccio e Irene, per risolvere indagini in cui è impegnata in veste ufficiale Vittoria, nipote e poliziotta di famiglia.

Rosa, da subito, reintroduce tutti i protagonisti dei libri passati così che i lettori possano vivere singolarmente questa storia, lasciandosi rapire dalla vicenda, per poi immergersi nelle indagini precedenti.

Perché la curiosità che ne scaturisce è tanta.

Ed è la stessa che anima Libera, ex libraia e ora artista di bouquet, nell’apertura di quella misteriosa cartelletta verde, consegnatale da Irene, e chiusa in un cassetto nel laboratorio di fiori, in fondo al giardino del casello, lontano dalla curiosità, poco discreta, di mamma Iole che ha un fiuto più fino del loro cane Idra.

A notte fonda la pioggia monsonica sprigiona nell’aria aromi di giardino ed orto che invadono la camera di Libera mentre lei legge, e rilegge, il contenuto dei documenti. Dorme solo tre ore e invia le foto a Irene.

Libera nei momenti di bisogno si rifugia nella magia dei libri, in quelli che contengono le risposte che cerca.

«Ribella non ebbe difficoltà a riconoscere il verso del barbagianni “civetta del diavolo”, ma lei sapeva bene che non sono gli uccelli quelli che uccidono.»

Sarà un viaggio alla ricerca della verità legata alla morte di Ribella, la nonna mai conosciuta anche dalla figlia Iole. Segreti, tabù dell’infanzia, argomenti cancellati dal vuoto di una assenza e Spartaco, il nonno che fu sempre vago a riguardo ma convinto che la moglie non poteva essersi tolta la vita.

Nomi che tornano da un passato così lontano, il 1946. I protagonisti saranno morti: il commissario Valtranga, Planetta padre e figlio, Don Carlino. Chi parlerà tra loro perché ancora vivo? Chi sarà il gancio per risolvere il mistero perché … “Solo la verità ci rende liberi” diceva nonno Spartaco.

E l’avventura attraverso la ricerca di un passato misterioso le condurrà in cima al lago, a Colico dove soffia la Breva, dove Iole torna malvolentieri.

«Ogni tanto mi chiedo se esista una memoria del lago.», così smuovono le acque, ne sollevano la memoria sepolta sotto perché, come dice Vittoria, «Ogni volta che tu e la nonna vi muovete, scoperchiate un segreto».

C’è poi il mistero dei fiori, i profumatissimi lillà, che Libera trova tornando a casa con un biglietto: “Io non ho mai amato che te”, sottolineato con un pennarello rosso. Parole tratte da un libretto sottratto dal suo laboratorio, ma da chi?  Forse Gabriele, il commissario amato da sempre a cui è legata da un unico bacio, o Furio che è ancora in attesa di un tango?

Il profumo è anche quello che Cagnaccio vorrebbe per un titolo sensazionale, non banale, un dettaglio curioso per attirare l’attenzione del lettore del suo giornale.

Così la Teruzzi lega l’intero libro al profumo dei fiori: dipladenie, ortensie, girasoli, bouquet di rose cappuccino, rose purpuree ma anche di aster e zinnie che dovevano formare il bouquet di Ribella, giovane sposa, che invece brandisce con fierezza il bouquet della strega, composto con lo stramonio, l’erba dei riti magici e delle allucinazioni.

Quel bouquet rappresentava una minaccia e un chiaro avvertimento, ma di chi?

I luoghi di Libera rimangono da sfondo saldamente ancorati a Milano, al Naviglio, alle canzoni di Jannacci.

«A Libera sfuggì un sospiro. Amava molto Milano: era fiera del suo spirito intraprendente, della sua bellezza austera. Ma aveva anche ereditato dal nonno l’attaccamento ai paesaggi dell’infanzia, e ogni volta che se ne allontanava, come adesso, provava la struggente nostalgia dell’esule, la stessa che Manzoni aveva regalato a Lucia mettendole in bocca le parole più belle dei Promessi Sposi: «Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo…» Ville sparse e biancheggianti sul pendio come branchi di pecore pascenti, pensò, mentre il suo sguardo scivolava sulle colline che abbracciavano Lecco. Iole la risvegliò bruscamente dall’incanto in cui era caduta, schioccandole le dita sotto il naso: «Esci allo svincolo per Oggiono» berciò, «e guai a te se provi a recitarmi il Manzoni.»

Ma Zorro, Fata Turchina e Gatto con gli Stivali, il trio di travestiti che compiono rapine? Un mistero ancora tutto da risolvere…

Nella prossima avventura delle “Sciure in gialt” che sono diventate tre nuove amiche da andare a trovare ogni tanto, attraverso la lettura.

Monikat

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