Le gratitudini di Delphine De Vigan

Cosa succede quando inizi a perdere le parole? Quando non riesci ad esprimere quello che vorresti per farti comprendere?

È quello che succede a Michka, la protagonista del nuovo romanzo di Delphine De Vigan “Le gratitudini” (Einaudi), in cui l’autrice riesce in modo abile a proiettare il lettore in una vita fatta di solitudine, perdita di memoria, di parole e paure, sensazioni ed effettività tipica del diventare anziano.

Michka vive in una casa di riposo e gode della compagnia di Marie, una ragazza che la donna aveva salvato quando era solo una bambina. Le sue visite però si fanno meno frequenti con lo scorrere delle pagine e l’avanzare di una gravidanza. C’è un’altra figura nella vita della donna, Jerome, l’ortofonista che cerca di mostrarle una via per recuperare quello che la sua testa sta perdendo.

“All’inizio una voce mi gridava nella testa: “Ma insomma, che cos’è successo? Com’è possibile? È davvero quello che ci toccherà, a tutti quanti, senza eccezioni? Non c’è una deviazione, una diramazione, un itinerario alternativo che permetta di scampare al disastro?”.

Marie vede la donna spegnersi poco per volta, con l’incapacità di comunicare come vorrebbe e la frustrazione di non essere più quella di un tempo. Anche gestire una semplice telefonata diventa un’impresa difficile e che lascia con un profondo senso di solitudine.

Mickha, prima di abbandonarsi, ha un desiderio da esaudire che la tiene legata al mondo nonostante tutto.  Il poter ringraziare chi l’aveva accolta durante la deportazione dei suoi genitori. È una ricerca continua per poter esprimere tutta la gratitudine di cui è capace in una corsa contro il tempo e la memoria che viene meno.

Come in altri suoi scritti, Delphine De Vigan riesce a descrivere l’umanità nelle sue sfaccettature con una pienezza e una morbidezza da lasciare con il fiato sospeso e, in questo caso, con una lacrima agli occhi.

Invecchiare è imparare a perdere.

Incassare, ogni settimana o quasi, un nuovo deficit, una nuova alterazione, un nuovo danno. Ecco quello che vedo io.

E la colonna delle entrate resta vuota.

Un giorno, non riuscire più a correre, camminare, chinarsi, abbassarsi, sollevare, tendere, piegare, girarsi, da una parte, poi dall’altra, né in avanti, né all’indietro, non riuscirci più una mattina, più di sera, più e basta. Adeguarsi continuamente.

Un libro breve ma molto commovente che tiene il lettore incollato alle pagine e abbracciato ai personaggi.

Sveva Assembri

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