L’inferno su Roma di Alberto Angela

di Stefania Nascimbeni

“Roma, 18 luglio 64 d. C.  È sera tardi e dal soppalco di un magazzino sotto le arcate del Circo Massimo precipita una lucerna accesa. In un attimo le fiamme iniziano a divorare tutto ciò che toccano, come una belva feroce. È iniziata la fine di Roma…”

Alberto Angela continua a raccontarci del grande incendio che distrusse la città eterna ai tempi di Nerone, attraverso gli occhi dei due protagonisti del primo volume della trilogia dedicata a uno degli imperatori più controversi della storia romana, i vigili del fuoco Vindex e Saturninus; personaggi realmente esistiti secondo le fonti storiche fino a noi pervenute.

Il libro, “L’inferno su Roma” (Rai Libri – Harper Collins), vuole in parte sfatare il mito che avrebbe visto per tanti secoli designare il Cesare come l’indiziato numero uno che avrebbe dato vita alle fiamme che in nove giorni hanno distrutto una città bellissima e senza colpe. Non quella di finire arsa viva, per lo meno.

Senza colpe per modo di dire, perché Angela ci spiega proprio che uno dei fattori scatenanti che hanno liberato il mostro dagli occhi rossi, quasi sicuramente è stato un incidente domestico, quella famosa lucerna caduta per terra nel posto sbagliato al momento sbagliato, poi trasformato in tragedia a causa della presenza ovunque di troppe strutture in legno. Per non parlare di una metropoli a dir poco sovraffollata (1 milione di abitanti circa) e viva, e chiaramente dei rudimentali mezzi e delle risorse idriche non proprio all’avanguardia, usate alla meglio dai vigili del fuoco e da coloro che sono scesi in campo per la salvezza collettiva, tutti: schiavi, liberti, vigiles, senatori, cittadini romani, gladiatori…

Ancora una volta l’autore ci regala la sensazione di intraprendere un viaggio all’indietro, immaginando cosa possa essere effettivamente successo durante quella settimana: la paura generale, il desiderio di fuggire, chi si è salvato (come il futuro imperatore Tito e Plinio il Vecchio) e chi non ce l’ha fatta, nonché l’organizzazione generale della città.

Per fare questo Angela si è avvalso della consulenza di importanti meteorologi, perché anche il periodo in cui l’incendio si è propagato ha fatto la differenza nel gioco del destino (un luglio romano infuocato), vigili del fuoco, un team di archeologi e ricercatori capitanato dalla prof.ssa Clementina Panella.

Ma chi era Nerone? Svetonio lo racconta così: «Era di statura quasi normale, ma aveva il corpo chiazzato e maleodorante; i capelli erano biondicci e il suo viso era più bello che aggraziato. Aveva occhi azzurri e molto deboli, collo grasso, ventre prominente, gambe gracilissime e salute ottima. Infatti, benché non ponesse nessun freno nella lussuria, in quattordici anni si era ammalato tre volte in tutto, e anche allora non si era astenuto né da vino né da alcun altra delle sue abitudini».

Seneca, invece, quando Nerone sale al trono a diciassette anni, lo paragona quasi a un Apollo. Certo era biondo, biondiccio, forse con una barba leggermente arrossata, da giovane era forte e vigoroso, guidava perfino le quadrighe, poi, in quando amante della buona tavola e del vino, il suo fisico con gli anni si era leggermente appesantito. Ma è alquanto improbabile che il suo corpo non profumasse di buono, perché era anche un assiduo frequentatore di terme e come tutti i Romani di una certa estrazione sociale aveva cura per il suo aspetto.

Era pazzo? Forse. Ma non al punto di radere al suolo la capitale del suo Impero. I sospetti gli furono attribuiti come sempre per colpa della damnatio memoria e fu anche facile trasformarlo in un capro espiatorio, poiché erano in molti quelli che desideravano sbarazzarsi di lui, in Senato. Era un anarchico, un ego riferito e non piaceva ai senatori, che lo criticavano in silenzio anche per il suo modo di presentarsi nelle occasioni ufficiali: “… avvolto da una tunica da camera, senza cintura, a piedi scalzi e con un fazzoletto annodato al collo un po’ alla Gavroche.” Ma di lui si parlerà meglio nel prossimo capitolo della trilogia.

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