Siamo davvero in guerra? Metafore e parole del nuovo Coronavirus di Daniele Cassandro

Siamo davvero in guerra? di Daniele Cassandro (Ediciclo editore) ci pone di fronte a questa domanda. È giusto descrivere la pandemia da Coronavirus come una guerra?

Fin dai tempi di Omero le malattie che decimavano gli uomini venivano descritte con un linguaggio bellico. “Per nove giorni volarono nel campo acheo le divine frecce”, il dio Apollo colpiva con i suoi dardi prima gli animali e poi gli uomini. Ed è di nuovo la freccia che caratterizza il martirio di San Sebastiano, che veniva invocato durante la peste. Il crocifisso dei miracoli esposto da Papa Francesco il 27 marzo 2020 è un altro chiaro esempio di chi è stato colpito dalle frecce ma è sopravvissuto. Nel libro sono numerosi gli esempi di personaggi che hanno utilizzato la metafora della guerra per spiegare la malattia, perché come dice Cassandro questa “permette di comunicare la complessità in modo semplice.

Il medico Thomas Sydenham, il poeta John Donne sono altri esempi di linguaggio bellico nella descrizione di malattie. Il lettore è trasportato in una carrellata di personaggi, film e biografie che lo fanno riflettere sul profondo significato della malattia.

Dal film “Viaggio allucinante” al cartone animato “Siamo fatti così”, si vedono descritti uomini che combattono contro il nemico invisibile all’interno del corpo umano. Tutto è disumanizzato, è su un campo di battaglia di cui si può quasi sentire l’odore di bruciato. In questo modo l’uomo si sente prima soldato poi vittima indifesa degli eventi. Chi muore è lo sconfitto che non ha saputo lottare.

Ma la malattia non è solo quello, è lo stato d’animo di chi si ritrova emarginato, di chi ha paura, di chi non si sente un guerriero perché non ha le forze per farlo. Di fronte ai medici ed alla famiglia spesso ci si sente in obbligo di mostrarsi forti e combattivi, perché altrimenti si “perde”, si è “sconfitti”. Lo descrive Susan Sontag nel suo libro “Aids come metafora”, quando i malati “perdono il loro diritto di cittadinanza da sani per prendere il loro oneroso passaporto da malati.”

Non sono un guerriero ma nemmeno una vittima; sono molto più semplicemente un uomo, un essere umano malato di cancro”. Scrive Andrea Spinelli in “Se cammino vivo”. Anche la scienza ci fa riflettere su come reagire a questa pandemia nel modo corretto attraverso le parole della virologa Ilaria Capua.

Scrive l’autore: “Qualunque metafora di guerra, quindi, non è solo dannosa per la società e i malati, è anche profondamente sbagliata. Non possiamo uccidere il virus, sbaragliarlo o bombardarlo.  Non possiamo neanche rimuoverlo dalle nostre coscienze e dalle nostre vite. Possiamo, anzi, dobbiamo contenerlo. (…). Il discorso pubblico sul nuovo coronavirus deve cambiare e parlare la lingua della collaborazione, della solidarietà e della cura. Cominciamo col dirci che non siamo in guerra ma che siamo in cura.

E la cura di sé e degli altri inizia con il rispetto delle regole, delle distanze, con il rimanere attenti ed essere consapevoli di quello che sta succedendo, di come fare fronte alle problematiche e come prevenirle.

Sveva Assembri

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